Una quotazione stellare.
L’espressione viene spesso utilizzata per descrivere un debutto in Borsa particolarmente brillante. Questa volta, però, sembra perfetta anche per un altro motivo.
La protagonista si chiama SpaceX.
La società fondata da Elon Musk, che punta a rivoluzionare il settore spaziale e delle telecomunicazioni, ha debuttato sui mercati finanziari il 12 giugno con una quotazione che ha frantumato ogni precedente record. L’operazione ha raccolto 75 miliardi di dollari, la più grande IPO mai realizzata nella storia dei mercati finanziari. Le oltre 550 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna hanno portato la società sul mercato con una valutazione iniziale di 1,77 trilioni di dollari.
Ma è stato soltanto l’inizio.
Al termine della prima giornata di contrattazioni il titolo ha chiuso a 160,95 dollari, con un rialzo di circa il 19%, spingendo la capitalizzazione oltre i 2.000 miliardi di dollari e facendo entrare SpaceX tra le aziende più grandi degli Stati Uniti.
Per capire la portata di questo evento basta ricordare che stiamo parlando di una società nata poco più di vent’anni fa. Vent’anni fa costruiva razzi. Oggi vale più di molte nazioni.
Naturalmente non tutti condividono l’entusiasmo degli investitori. C’è chi vede in queste valutazioni il segnale di una nuova corsa all’oro tecnologica e chi teme che l’euforia stia correndo più veloce dei fondamentali, richiamando alla memoria la bolla Internet di fine anni Novanta. Dubbi legittimi. La storia insegna che quando il mercato si innamora di una storia, spesso tende a sottovalutarne i rischi.
Eppure sarebbe un errore fermarsi qui.
Perché SpaceX non è un caso isolato. Nelle stesse settimane anche OpenAI e Anthropic, due delle aziende che guidano la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, hanno avviato il percorso che potrebbe portarle presto alla quotazione in Borsa.
Se SpaceX rappresenta la corsa allo spazio, OpenAI e Anthropic rappresentano la corsa all’intelligenza artificiale.
Gli investitori non stanno comprando ciò che queste aziende sono oggi. Stanno cercando di comprare ciò che potrebbero diventare domani.
Chi investe in queste realtà non guarda tanto agli utili attuali quanto al loro potenziale. Sta scommettendo sul fatto che alcune delle tecnologie che oggi ci sembrano innovative possano diventare parte integrante della nostra vita quotidiana nei prossimi dieci o vent’anni. Nessuno può sapere se le valutazioni attuali si riveleranno corrette oppure no. È possibile che alcune aspettative siano eccessive. Ma è altrettanto evidente che una parte crescente del capitale mondiale sta cercando di posizionarsi nei settori che potrebbero guidare la crescita economica del futuro.
Spazio, intelligenza artificiale, robotica, automazione, biotecnologie. Sono questi i temi che oggi attirano l’attenzione degli investitori e verso cui si stanno dirigendo enormi quantità di capitale.
Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, migliaia di risparmiatori italiani si preparano a sottoscrivere il nuovo BTP Italia Sì.
Un titolo di Stato della durata di cinque anni, indicizzato all’inflazione italiana, con un rendimento reale minimo garantito dell’1,6% e un premio fedeltà dello 0,6% per chi lo manterrà fino alla scadenza.
Uno strumento prudente, sensato e perfettamente coerente con la tradizionale cultura finanziaria italiana.
E sia chiaro: non c’è nulla di sbagliato in questo.
Il BTP Italia Sì può rappresentare una componente ragionevole di un patrimonio ben costruito. Offre protezione dall’inflazione, una discreta visibilità sui rendimenti futuri e una volatilità contenuta.
Il problema non è il BTP.
Il problema nasce quando il BTP diventa l’unico orizzonte di investimento.
Negli ultimi anni le famiglie italiane hanno aumentato significativamente la loro esposizione ai titoli di Stato. Oggi detengono circa 440 miliardi di euro di debito pubblico italiano. È una scelta comprensibile. Dopo anni di tassi vicini allo zero, il ritorno di rendimenti più interessanti ha riportato l’attenzione verso questi strumenti.
Ma è qui che emerge una differenza culturale interessante.
Gli italiani hanno sviluppato una straordinaria capacità di risparmio e di protezione del patrimonio. Gli americani, invece, hanno sviluppato una maggiore abitudine a partecipare alla crescita delle imprese attraverso il mercato azionario.
In modo forse un po’ semplicistico si potrebbe dire che noi ci preoccupiamo soprattutto di non perdere denaro, mentre loro si preoccupano soprattutto di generare ricchezza.
Le famiglie italiane possiedono una delle maggiori ricchezze private del mondo. Il problema non è la mancanza di risparmio. Il problema è che una parte importante di questa ricchezza rimane ferma sui conti correnti oppure viene investita quasi esclusivamente in strumenti difensivi.
Non manca il capitale. Manca spesso la disponibilità a investire nelle imprese che stanno costruendo il futuro.
C’è un dato che aiuta a comprendere questa differenza.
Negli Stati Uniti la maggioranza delle famiglie possiede azioni, direttamente oppure attraverso fondi pensione, fondi comuni ed ETF. Questo significa che milioni di persone partecipano quotidianamente alla crescita delle imprese americane. Quando aumenta il valore di aziende come Apple, Microsoft, Nvidia o Amazon, cresce anche il patrimonio di una parte rilevante della popolazione.
In Italia questo non succede.
Molti risparmiatori continuano a concentrare il proprio patrimonio nella liquidità o in strumenti prevalentemente difensivi. È una scelta comprensibile e spesso coerente con la propria tolleranza al rischio. Tuttavia presenta un costo che raramente viene percepito: il costo delle opportunità mancate.
Perché la ricchezza non si costruisce soltanto evitando le perdite.
Si costruisce anche partecipando alla crescita.
Il recente rapporto sulla ricchezza globale di UBS mostra come gli Stati Uniti continuino a creare nuovi milionari a ritmi impressionanti. Dietro questo fenomeno non ci sono soltanto stipendi più elevati o una crescita economica più sostenuta. C’è anche una partecipazione molto più ampia ai mercati finanziari e alla crescita delle imprese.
Risparmiare e investire non sono la stessa cosa.
Risparmiare significa accumulare capitale.
Investire significa mettere quel capitale al lavoro.
Quando acquistiamo un titolo di Stato finanziamo il debito pubblico e riceviamo in cambio una remunerazione. Quando investiamo in azioni, fondi o ETF partecipiamo invece alla crescita delle imprese che innovano, assumono persone, sviluppano nuove tecnologie e costruiscono il futuro.
Confesso che anch’io, all’inizio della mia attività professionale, tendevo a considerare naturale che una parte molto importante del patrimonio delle famiglie fosse investita in strumenti difensivi. Ho iniziato a lavorare nel settore finanziario negli anni in cui i BOT rendevano anche oltre il 10% e molti risparmiatori ricordano ancora quel periodo con una certa nostalgia.
Quello che spesso si dimentica è che l’Italia conviveva allora con livelli di inflazione molto elevati. I rendimenti nominali apparivano straordinari, ma quelli reali erano molto meno generosi di quanto si pensasse. In altre parole, una parte importante di quel rendimento serviva semplicemente a compensare la perdita di potere d’acquisto.
Con il passare degli anni, lo studio dei mercati e l’esperienza maturata accanto ai clienti mi hanno portato a comprendere una differenza fondamentale. Gli investimenti difensivi svolgono un ruolo prezioso: proteggono il patrimonio, riducono la volatilità e aiutano a raggiungere obiettivi di breve e medio periodo.
Ma raramente sono in grado, da soli, di creare una crescita significativa della ricchezza.
La vera crescita patrimoniale nasce quasi sempre dalla partecipazione allo sviluppo delle imprese, dell’economia e dell’innovazione. Investire in azioni richiede pazienza e la capacità di sopportare fasi di volatilità che, a volte, possono durare anche anni. Tuttavia, la storia dei mercati dimostra che poche attività sono state capaci quanto le azioni di beneficiare della crescita economica e della straordinaria forza del tempo, che permette ai rendimenti di accumularsi e crescere anno dopo anno.
Da allora una parte importante del mio lavoro consiste proprio nell’aiutare i risparmiatori a compiere questo passaggio culturale. Non si tratta di abbandonare la prudenza o di inseguire ogni moda finanziaria del momento. Si tratta piuttosto di comprendere che un patrimonio ben costruito deve saper coniugare protezione e crescita, sicurezza e opportunità.
In fondo, investire significa proprio questo: trovare il giusto equilibrio tra ciò che ci fa dormire sonni tranquilli oggi e ciò che può migliorare il nostro benessere domani.
I nostri nonni compravano titoli di Stato perché rappresentavano il futuro.
Oggi il futuro potrebbe chiamarsi intelligenza artificiale, spazio, robotica, biotecnologie o energia.
Nessuno può sapere quali aziende vinceranno questa sfida.
Ma ignorarla completamente potrebbe essere il rischio più grande.
Perché il futuro non va previsto.
Va semplicemente invitato a sedersi, almeno in parte, nel nostro portafoglio.
La domanda che ogni risparmiatore dovrebbe porsi non è se comprare il prossimo BTP.
La domanda è: quanta parte del mio patrimonio sta partecipando al futuro?
Se non sai rispondere con precisione a questa domanda, forse è arrivato il momento di analizzare il tuo portafoglio con occhi diversi.
È un esercizio che svolgo ogni giorno con i miei clienti e che spesso porta a scoperte sorprendenti.
Se desideri un confronto, puoi contattarmi direttamente. Se invece vuoi continuare a ricevere riflessioni come questa, puoi iscriverti gratuitamente alla newsletter L’Investitore Consapevole:



