Dopo anni di inflazione molto bassa, il carovita è tornato a mordere in tutti i paesi industrializzati, Italia compresa. Complice la fiammata delle quotazioni di gas e petrolio, la corsa dei prezzi al consumo si attesta ormai stabilmente sopra al 3%.
Le aspettative sull’inflazione a 12 mesi sono salite a livelli record in tutti i paesi industrializzati e risulta sempre più evidente che questi dati abbiano ben poco di transitorio.
Con l’inflazione che viaggia sopra al 3%, il risparmiatore italiano, con le sue scelte d’investimento estremamente conservative – liquidità in conto corrente, titoli di stato e obbligazioni a tasso fisso – fatte con l’obiettivo di conservare il capitale, finisce per ottenere l’effetto contrario.
Di solito all’aumento dell’inflazione si accompagna anche un aumento dei tassi. Questa, infatti, è l’unica arma a disposizione delle Banche Centrali per raffreddare la domanda e causare una riduzione dei prezzi.
Al momento le Banche Centrali stanno mantenendo i tassi bassi con la “scusa” che l’effetto sia di natura transitoria e principalmente dovuto alla ripresa vigorosa dei consumi post pandemia. Questo fa sì che i rendimenti dei tassi nominali dei titoli di stato siano ancora schiacciati verso lo zero, se non addirittura in territorio negativo. In termini “reali”, vale a dire il rendimento percepito dal risparmiatore al netto dell’inflazione, stiamo assistendo a rendimenti che negli Stati Uniti sono ai minimi storici (-5%). Non va meglio in Europa con la Germania che presenta rendimenti altrettanto negativi. Solo in Italia, con i BTP decennali che rendono un po’ meno dell’uno per cento, i rendimenti sono negativi “solo” di due punti percentuali.
Lo scenario non è quindi dei più incoraggianti: oltre a pagare di più per beni e servizi, il risparmiatore vede anche calare il valore dei suoi risparmi.
Come difendere i risparmi dall’inflazione
se vuoi tutelare il tuo patrimonio dal ritorno dell’inflazione, devi muoverti su due fronti:
- Diversificare maggiormente il tuo portafoglio
- Proteggerti dal rialzo dei tassi
Le due attività sono strettamente connesse. Il primo passo da fare è ridurre l’esposizione su quelle asset class maggiormente esposte, vale a dire titoli di stato e obbligazioni a tasso fisso. La regola è molto semplice, se i tassi salgono, i prezzi scendono. Al momento è molto probabile che la FED (la Banca Centrale Americana) sia molto più vicina ad intraprendere la strada del rialzo rispetto alla BCE.
Preferire, quindi, titoli obbligazionari a tasso variabile e inflation linked. In Italia meglio il BTP Italia – legato all’inflazione domestica – e il BTP €i (legato all’inflazione nell’Eurozona) rispetto ai tradizionali BTP. Preferire, inoltre, durate corte rispetto a durate molto lunghe.
Ridurre la liquidità in conto. La liquidità è un asset importante se mantenuta sui conti in chiave tattica, ossia come riserva per entrare gradualmente sui mercati azionari o anche per sfruttare eventuali correzioni importanti dei listini.
Va evitato l’atteggiamento di mantenere strutturalmente grandi riserve di liquidità in conto in quanto l’inflazione ne porta via una parte importante ogni giorno che passa. Che effetto ti fa sapere che perdi come minimo il 3% in un anno? Se ti dico che ti costa 3.000 euro ogni 100.000 euro?
Sui listini azionari, la storia ci dice che nelle fasi di rialzo dei tassi è meglio ridurre l’esposizione verso i titoli a elevata crescita (growth) e preferire quelli con fondamentali più solidi (value). In altri termini vendere i titoli tecnologici che sono cresciuti tantissimo per posizionarsi sui ciclici, utilities e finanziari che sono cresciuti molto meno e presentano uno “sconto” in termini di quotazioni.
Detto in altri termini, alleggerire il mercato Statunitense e preferire Europa e Giappone che presentano quotazioni meno “tirate”.
Infine inserire i cosiddetti asset reali quali materie prime, oro e metalli preziosi. Per i più coraggiosi segnalo che il Bitcoin, e le criptovalute in genere, sono state utilizzate da molti investitori come alternativa all’oro. Definirle bene rifugio mi sembra un po’ azzardato, ma guardando l’andamento dei grafici, risulta abbastanza evidente come siano state utilizzate da molti investitori per diversificare il portafoglio.
Quanto sopra è una sintesi dei consigli per adeguare i portafogli al nuovo contesto che si sta materializzando e che sarà tanto più concreto nei prossimi mesi.
Il mio consiglio è di non stravolgere le proprie scelte. Probabilmente vivremo i prossimi anni con un’inflazione che si assesterà su livelli più vicini al dato ritenuto ottimale dalla BCE, ossia il 2%.
Per chi investe per obiettivi e non per il breve termine, l’esposizione verso il mercato americano e in particolare sul settore tecnologico, a mio modo di vedere, rimane strutturale. Inoltre, i famosi FAANG, che rappresentano una percentuale elevatissima del mercato azionario americano, sono aziende che operano prevalentemente sui servizi, e come tali meno esposte al maggior costo delle materie prime, nonché in grado di continuare a generare elevati flussi di cassa. A questi livelli credo sia un’ottima opportunità il mercato tecnologico cinese che presenta quotazioni relativamente molto convenienti.
La parola d’ordine sarà quindi “selezione”.
I vincitori di questo nuovo contesto saranno i gestori attivi che avranno saputo selezionare meglio le aziende da mettere in portafoglio, i consulenti che sapranno individuare questi gestori e, inevitabilmente, i clienti di questi consulenti…



