Fuga dal tech?

Il lato oscuro della rivoluzione tecnologica

Negli ultimi giorni molti investitori hanno fatto più o meno la stessa cosa: hanno aperto l’app della banca, guardato l’andamento dei titoli tecnologici e si sono chiesti cosa stesse succedendo. Dopo anni in cui il settore sembrava capace solo di salire, vederlo scendere in modo deciso provoca inevitabilmente fastidio, dubbi e, in alcuni casi, paura. È umano. Soprattutto perché proprio la tecnologia è stata, negli ultimi anni, uno dei pilastri dei portafogli.

Per capire cosa sta succedendo, però, è importante chiarire subito un punto: le vendite non sono nate tutte da un cambio di giudizio sulle aziende, ma anche da meccanismi tecnici che spesso restano invisibili a chi guarda solo i prezzi.

Quando i mercati diventano più volatili, alcuni operatori finanziari sono costretti a ridurre rapidamente il rischio. Questo avviene, ad esempio, quando vengono richieste più garanzie a chi utilizza leva finanziaria, ovvero a chi prende a prestito denaro dove costa meno – in particolare in yen giapponesi – per investirlo dove i rendimenti sono più alti. In questi casi bisogna reperire liquidità in fretta. E cosa si vende per primo? Non necessariamente ciò che è “peggiore”, ma ciò che è più facile vendere. Lo abbiamo visto sui metalli preziosi, ma anche sui grandi titoli tecnologici. Titoli molto liquidi e presenti in moltissimi portafogli, che diventano quindi una sorta di “bancomat”: si vendono perché si possono vendere subito, non perché improvvisamente valgano meno. Questo meccanismo può innescare una reazione a catena, in cui le vendite alimentano altra volatilità e altra pressione sui prezzi, indipendentemente dai fondamentali delle singole aziende.

È in questo contesto che il settore tecnologico, già molto esposto e concentrato, ha iniziato a scendere in modo più evidente.

A questo movimento si è aggiunto un fattore psicologico importante: il cambio di narrativa sull’intelligenza artificiale. Per mesi si è parlato quasi solo delle opportunità. Negli ultimi giorni, invece, l’attenzione si è spostata sui possibili rischi.

La scintilla è arrivata da Anthropic, società americana specializzata in intelligenza artificiale e tra le più osservate del settore, che ha presentato nuovi strumenti capaci di automatizzare attività professionali complesse. Il mercato ha reagito con vendite rapide su molte società software, soprattutto quelle che offrono servizi in abbonamento. Il timore è che, in futuro, strumenti di AI sempre più potenti possano ridurre la domanda di alcuni software tradizionali.

Qui c’è il vero “lato oscuro”: l’intelligenza artificiale non sta solo creando nuove opportunità, sta anche accelerando l’obsolescenza e può arrivare a “cannibalizzare” parti della tecnologia attuale, rendendo rapidamente superate soluzioni che fino a ieri sembravano indispensabili. Non riguarda solo il software: può cambiare prezzi, margini e rapporti di forza lungo tutta la filiera, dall’infrastruttura ai servizi. È un rischio reale, ma significa soprattutto una cosa: ci sarà selezione, e a vincere saranno le aziende capaci di adattarsi e trasformare questo cambiamento in vantaggio competitivo.

La contraddizione centrale: il mercato vende, i giganti investono

Nel frattempo, molti grandi gruppi tecnologici hanno presentato le trimestrali mostrando risultati molto solidi. Eppure i titoli sono scesi. Uno dei motivi principali è legato agli enormi investimenti che queste aziende stanno facendo per sostenere lo sviluppo dell’AI: infrastrutture, data center, sistemi sempre più complessi.

Nel breve periodo questi investimenti pesano sui risultati e rendono gli utili meno “brillanti”. Il mercato, quando guarda molto al presente, tende quindi a penalizzarli. Ma anche qui emerge una contraddizione: se l’intelligenza artificiale è davvero una rivoluzione, è difficile immaginare che i principali protagonisti non debbano investire oggi per costruire il vantaggio competitivo di domani.

La storia dei mercati insegna che spesso le grandi trasformazioni tecnologiche passano da fasi simili: prima l’entusiasmo, poi i dubbi, infine la selezione. Non sempre tutti vincono, ma raramente i cicli si esauriscono in poche settimane.

Le implicazioni sui portafogli

Negli ultimi anni molti portafogli, spesso quasi per inerzia, si sono progressivamente concentrati sul settore tecnologico. È successo perché i risultati erano buoni, talvolta eccellenti, e perché la tecnologia è entrata con un peso crescente negli indici globali. Finché tutto sale, la concentrazione non sembra un problema. Ce ne accorgiamo soprattutto quando il vento cambia.

Questa fase riporta al centro un tema meno affascinante ma fondamentale: la diversificazione. Non come concetto teorico, ma come strumento concreto per rendere il percorso più sostenibile. Diversificare significa non dipendere da un solo settore e nemmeno da una sola area geografica, anche quando questi sembrano imbattibili. Serve proprio per affrontare momenti come questo senza essere costretti a decisioni affrettate.

Il mio punto di vista

Qui arrivo alla parte più personale. Mi torna spesso in mente una frase di Warren Buffett, pronunciata in uno dei suoi celebri meeting: se ti spaventi quando gli altri hanno paura, non farai molti soldi con le azioni. Buffett ha sempre ragionato all’opposto della massa: quando i prezzi salgono e l’entusiasmo è alle stelle, diventa prudente; quando titoli di qualità scendono, è contento, perché può comprarne di più.

Questo non significa che ogni ribasso sia un’occasione o che tutto ciò che scende sia automaticamente “buono”. Ma significa che il calo dei prezzi, di per sé, non è una cattiva notizia. Spesso è il prezzo da pagare per avere un’opportunità.

Personalmente, quando il mercato diventa confuso, io torno alle basi: qualità dell’azienda, solidità del modello di business e capacità di investire per il futuro. Oggi guardo con interesse aziende come Microsoft, Amazon e Alphabet. Stanno investendo molto oggi per cercare di ottenere molto di più domani. Non sappiamo se ci riusciranno, nessuno può saperlo con certezza. Ma partecipare a questo processo, con misura e con una visione di lungo periodo, può essere una strategia sensata.

I mercati non amano l’incertezza. Ma è proprio lì che nascono le grandi opportunità per chi ha coraggio e tanta pazienza.

Alla fine, ciò che conta è acquistare buone aziende ad un prezzo interessante e poi dimenticarsene per molto, molto tempo. Alcune persone riescono a farlo. Altre no.

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In finanza le regole per ottenere risultati soddisfacenti sono semplici. Difficile è rispettarle e sfruttarle correttamente. Sono Filippo Montaina e da 30 anni faccio in modo che i miei clienti facciano entrambe le cose. Continua a leggere…

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