“Voi come lo vedete il dollaro?”
Puntuale come sempre ad ogni riunione con le principali case d’investimento arriva la domanda di Fernanda che chiede quali prospettive attribuiscono i gestori al biglietto verde.
La domanda non è banale perché l’andamento della valuta americana ha risvolti importanti su tutte le principali classi d’investimento e, di conseguenza, sui portafogli dei clienti.
Se è difficile fare previsioni sull’andamento dei mercati, lo è altrettanto, se non di più, sulle valute. Come sempre gli analisti si dividono su chi pensa una cosa e su chi ritiene che succederà esattamente il contrario. E io, come sono solito fare, provo ad analizzare il contesto e a fare alcune considerazioni che possono aiutarti a prendere decisioni d’investimento coerenti con lo scenario di fondo, o, quantomeno, a comprendere meglio quello che succede.
Partiamo dalla storia più recente. Il 2022, anno difficilissimo per gli investitori che hanno subito perdite su quasi tutti gli asset finanziari detenuti, ha visto il dollaro apprezzarsi nei confronti delle principali valute internazionali. Nei confronti dell’euro, il dollaro è arrivato a settembre fin sotto la parità per poi risalire fino ai livelli di 1,10 di venerdì scorso.
Ampliando l’orizzonte temporale della nostra analisi, però, va detto che il dollaro mostra da anni una tendenza al ribasso rispetto ad altre valute come l’euro, tanto che si è parlato di un vero e proprio declino del dollaro.
Sono diverse le ragioni per cui il dollaro ha perso forza rispetto ad altre valute. Una delle principali cause è stata la politica monetaria ultra-espansiva della banca centrale degli Stati Uniti che, per stimolare l’economia dopo la crisi finanziaria del 2008, ha acquistato grandi quantità di titoli di stato e portato e mantenuto per lungo tempo i tassi di interesse a zero. Questa politica ha favorito la ripresa dell’economia americana, ma ha anche depresso il valore del dollaro.
Quali sono le motivazioni che spingono una valuta ad apprezzarsi nei confronti di un’altra?
Il primo elemento da considerare è il livello di fiducia di cui un paese gode in termini di sicurezza, stabilità e solvibilità. Più un investimento viene considerato sicuro, più attrae capitali. Un fattore che concorre a dare questa sicurezza è il livello di crescita economica che il paese esprime. Un’economia in salute sarà più attrattiva di un’economia in difficoltà. Infine, un altro elemento importantissimo è il livello di remunerazione che il paese può offrire rispetto ad altri stati. A parità di valutazione del rischio, più sono alti i tassi di riferimento e più sarà conveniente investire in quell’area.
In sintesi, dunque, sono tre i fattori da monitorare per valutare la convenienza nel detenere una valuta: differenziale dei tassi, andamento macroeconomico e contesto geopolitico.
Nel corso del 2022 si sono verificate contestualmente negli Usa tutte queste condizioni: la FED ha intrapreso la strada del rialzo dei tassi molto prima e in misura più sostenuta rispetto la BCE, l’economia americana ha continuato a dare segnali di forza in un contesto geopolitico stabile. Di certo non si può dire altrettanto dell’area euro dove le tensioni dovute al conflitto Russa Ucraina e gli aumenti dei prezzi delle materie prime energetiche hanno depresso per buona parte dell’anno le prospettive sull’euro.
A favore del dollaro, inoltre, concorre un altro elemento, questa volta di carattere storico: il dollaro è da anni la valuta di riserva globale, ovvero quasi tutte le banche centrali del mondo sono “costrette” a detenere in dollari le loro riserve valutarie al di fuori dei propri confini.
In questi primi mesi del 2023, abbiamo avuto un contesto molto diverso che ha portato il dollaro a perdere circa il 5% nei confronti dell’euro e coloro che pensano che questa debolezza sia destinata a proseguire sono molto più numerosi rispetto a coloro che pensano il contrario.
Le motivazioni di questa visione “orso” sul biglietto verde sono diverse, ma per lo più legate al fatto che molti pensano che la FED sarà costretta a rivedere la sua politica restrittiva e a divenire molto più accomodante nei prossimi mesi. Questa tesi viene inoltre rafforzata da chi ritiene che la crisi bancaria che abbiamo visto nascere negli Stati Uniti in queste ultime settimane resterà confinata all’interno del sistema USA.
Sullo sfondo c’è poi il fenomeno della de-dollarizzazione, ovvero quel processo che porta molte banche centrali di varie nazioni a ridurre la loro dipendenza dal dollaro. In particolare i BRICS, ovvero Brasile, Russia, India Cina e Sud Africa che insieme costituiscono il 41,5% della popolazione globale, nonché Arabia Saudita e Iran, stanno progressivamente riducendo la loro dipendenza dal dollaro.
C’è chi pensa che in meno di 10 anni il dollaro rappresenterà meno del 50% delle riserve valutarie internazionali.
Su questo fenomeno ha inciso molto anche il conflitto Russia Ucraina che ha portato alle sanzioni nei confronti della Russia. Questa si è vista congelare circa la metà delle riserve in valuta straniera, in primis dollari, che deteneva al di fuori dei propri confini.
Quanto successo alla Russia, quindi, ha spaventato molti paesi che stanno correndo ai ripari acquistando altre valute di riserva e, soprattutto, oro. Tra le valute che mirano ad un ruolo da protagonista nel panorama internazionale c’è sicuramento lo Yuan. La valuta cinese sta guadagnando sempre più consensi, soprattutto nell’area Asiatica, in Russia e in Africa.
Ma se veramente il dollaro si deprezzerà nel corso dei prossimi mesi, quali implicazioni ne derivano per i nostri investimenti?
Innanzitutto si assisterà ad una perdita di valore degli asset detenuti in dollari e non coperti dal rischio di cambio. Questo rende meno conveniente acquistare azioni o obbligazioni americane, a meno che il rendimento atteso superi il costo per coprire il rischio di cambio, oggi piuttosto oneroso. Una valuta più debole significa, però, anche un vantaggio competitivo per le esportazioni americane e, di contro, maggiori difficoltà per le aziende europee. A farne le spese sarà soprattutto per la Germania che da sempre vede nel mercato americano un importante mercato di sbocco per il settore auto.
Per contro l’indebolimento del dollaro avrebbe un effetto positivo sull’inflazione europea in quanto tutte le principali materie prime sono espresse in dollari.
Se il biglietto verde continuerà ad indebolirsi nei prossimi mesi, un investitore dovrebbe privilegiare investimenti in euro o puntare su altre valute quali lo yuan o lo yen giapponese. Quest’ultimo, dopo anni di debolezza, potrebbe tornare a rivalutarsi a seguito della variazione di politica monetaria che il nuovo governatore della banca centrale giapponese sarà chiamato ad attuare.
Un altro aspetto importante riguarda i paesi emergenti. Un dollaro forte rappresenta da sempre un problema per i mercati emergenti, in particolare per quei paesi con elevato debito denominato in dollari. Una fase di debolezza del biglietto verde potrebbe quindi portare ad un rinnovato interesse per le obbligazioni di questi paesi.
Come vedi, quindi, come sempre succede quando si analizza il contesto per valutare eventuali opportunità d’investimento, occorre tenere presente sia gli aspetti positivi che quelli negativi.
Il mio consiglio è di prendere coscienza di questi fattori, ma di non farsi condizionare troppo dal “momento” e rimanere fedeli alla propria pianificazione. Per qualsiasi investitore del mondo, una quota del portafoglio investita in dollari rimane indispensabile. Inoltre, qualora lo scenario macro dovesse peggiorare in modo sensibile, l’avversità al rischio degli investitori potrebbe portarli a comprare dollari e a farne nuovamente salire il valore.



