C’è una bolla sull’Intelligenza Artificiale?

Euforia, valutazioni alle stelle e intrecci tra giganti del tech: come restare razionali nel cuore della rivoluzione digitale.

Tutti ne parlano. È l’argomento del momento tra analisti, gestori e giornali economici: l’intelligenza artificiale è davvero in bolla?
Confesso che non potevo esimermi dal parlarne anch’io — anche perché nella mia precedente newsletter (“Investire ai massimi di mercato”) avevo toccato proprio questo tema, e il grande interesse che ha suscitato tra i lettori mi ha spinto ad approfondirlo ulteriormente.

A confermare quanto il tema sia caldo, arriva un recente sondaggio condotto a ottobre su 166 gestori professionali. L’esito? In estrema sintesi: ondata di ottimismo, se non vera e propria euforia.
La maggior parte degli intervistati ritiene che la crescita dell’IA rappresenti la principale opportunità di investimento dei prossimi anni. È un segnale potente, ma anche ambiguo.
Perché quando tutti vedono la stessa direzione, il rischio è che si smarrisca il senso della misura. È il tipico momento in cui il “questa volta è diverso” torna a fare capolino: frase che, nella storia della finanza, ha quasi sempre preceduto una doccia fredda.

Negli ultimi mesi i listini azionari hanno corso parecchio, trascinati soprattutto dai cosiddetti Magnifici Sette — Nvidia, Microsoft, Apple, Amazon, Meta, Alphabet e Tesla — che da soli hanno spiegato gran parte della crescita degli indici americani.
Ora però questi colossi sembrano tirare il fiato. Le loro quotazioni restano su multipli molto elevati, ovvero il rapporto tra il prezzo di mercato e gli utili attesi.
Detto in parole semplici: più alto è il multiplo, più il mercato “paga oggi” utili che arriveranno domani.
Finché le aziende sorprendono positivamente, tutto fila liscio. Ma basta una trimestrale “meno brillante” delle attese per far scattare prese di profitto pesanti. È esattamente ciò che abbiamo visto in questi giorni con il titolo Ferrari, sceso bruscamente dopo risultati comunque solidi, ma accompagnati da previsioni più caute sulla crescita fino al 2030, che hanno raffreddato l’entusiasmo degli investitori.
In questi casi, più che la realtà, è la delusione rispetto alle aspettative a muovere i prezzi.

E mentre i grandi nomi dell’IA rallentano, l’interesse degli investitori in cerca di nuove emozioni si sposta altrove: ad esempio verso il cloud computing o verso start-up legate all’intelligenza artificiale applicata, molte delle quali non producono ancora un dollaro di utili ma attirano capitali per le loro prospettive “illimitate”.
È un meccanismo ben noto: quando un tema diventa di moda, il capitale tende a spostarsi da chi ha già corso a chi “potrebbe essere il prossimo vincitore”, alimentando una spirale di aspettative che rischia di allontanarsi sempre più dai fondamentali.
In sostanza, non si compra più un’azienda: si compra un sogno.

L’economia circolare dell’IA

C’è poi un aspetto meno visibile ma cruciale: il rischio dell’“economia circolare” dell’IA.
Negli Stati Uniti sta emergendo un sistema di interdipendenze molto strette tra i protagonisti del settore.
OpenAI investe miliardi di dollari in Oracle per acquistare servizi cloud; Oracle a sua volta compra chip da Nvidia; e Nvidia, chiudendo il cerchio, investe direttamente in OpenAI.
Questi legami incrociati creano una sorta di ecosistema autosufficiente in cui ogni attore alimenta la crescita dell’altro. È un modello affascinante, ma anche potenzialmente fragile: se uno di questi ingranaggi rallenta, l’intero meccanismo può perdere equilibrio.
Lo abbiamo già visto in altri settori: quando i legami economici diventano troppo stretti, la linea che separa la sinergia dal contagio si fa sottile.

E allora, siamo davvero in una bolla?

In parte sì, se per bolla intendiamo valutazioni molto alte, aspettative ambiziose e un entusiasmo collettivo che a tratti sfiora l’irrazionalità.
Ma rispetto alla bolla internet di fine anni ’90, oggi il contesto è diverso: i leader dell’IA generano utili reali, hanno modelli di business solidi e forniscono tecnologie già utilizzate dalle aziende di mezzo mondo.
L’IA non è una moda passeggera, ma una trasformazione strutturale che cambierà processi produttivi, occupazione e catene del valore. Il problema, semmai, è il ritmo con cui il mercato si aspetta che tutto ciò accada.
La tecnologia cresce in modo esponenziale, ma gli utili aziendali seguono ancora logiche umane: richiedono tempo, adattamento e concorrenza.

Restare razionali nel cuore della rivoluzione

Per l’investitore consapevole, la domanda giusta non è “siamo in bolla?”, ma “quanto pesa oggi l’IA nel mio portafoglio?”.
Partecipare alla rivoluzione tecnologica ha senso, ma sempre con equilibrio.
Chi ha ottenuto guadagni importanti dal rally del settore farebbe bene a ribilanciare: riportare la percentuale investita sull’IA al livello originariamente ritenuto coerente con i propri obiettivi e con il profilo di rischio.
Non è una scelta “contro” la tecnologia, ma un atto di prudenza. Il ribilanciamento serve a consolidare i risultati, proteggere il portafoglio e mantenere una strategia stabile nel tempo.

E per chi si chiede dove destinare le risorse liberate, la risposta passa anche dagli asset reali: beni tangibili che, nel tempo, possono contribuire a preservare il potere d’acquisto e a rendere il portafoglio più equilibrato.

È un tema che ho già recentemente trattato, ma che merita un ulteriore approfondimento.
Sarà questo il filo conduttore della prossima newsletter, dedicata al cosiddetto debasement trade e al ruolo crescente degli asset reali nei portafogli moderni.

Ricevi i miei aggiornamenti via email

Iscriviti gratuitamente e ricevi ogni 2 settimane i miei aggiornamenti

In finanza le regole per ottenere risultati soddisfacenti sono semplici. Difficile è rispettarle e sfruttarle correttamente. Sono Filippo Montaina e da 30 anni faccio in modo che i miei clienti facciano entrambe le cose. Continua a leggere…

Lascia un commento