Ogni dicembre torna puntuale lo stesso rito: le “previsioni” per l’anno nuovo. Le leggiamo, le commentiamo, ci facciamo un’idea e, in fondo, ci sentiamo anche un po’ più tranquilli. È umano: una previsione dà l’illusione di avere una mappa. Peccato che, in finanza, la mappa sia quasi sempre disegnata dopo aver visto la strada.
Io stesso, all’inizio della mia carriera, ero affascinato da quei report patinati pubblicati dalle grandi case d’investimento: grafici impeccabili, scenari, target precisi. Avevo una sorta di rispetto – quasi venerazione – per questi “grandi esperti”. Poi, col tempo, ho capito una cosa semplice: non è che siano incompetenti. È che il futuro, in economia e nei mercati, è molto più imprevedibile di quanto ci piaccia ammettere.
Del 2025 mi basta un fermo immagine: azionario forte (trainato dagli USA e dalla narrativa dell’intelligenza artificiale), Europa meglio soprattutto su finanziari e difesa, con il ritorno a fasi alterne di Giappone, Cina ed emergenti. Dall’altra parte, due promemoria utili: obbligazionario meno brillante e dollaro più debole contro euro, che ha pesato su molti investitori europei.
Per molti dei portafogli che seguo, il 2025 è stato un anno molto positivo, soprattutto per chi ha mantenuto una quota azionaria coerente con obiettivi e orizzonte. Non perché “avessimo previsto” l’anno, ma perché eravamo posizionati in modo sensato e abbiamo evitato gli errori tipici da emotività. La lezione non è “sarà così anche l’anno prossimo”: la lezione è che il metodo, quando è ben costruito, tende a funzionare più della previsione.
Le previsioni, quindi, io non le butto via: le “ricolloco”. Le leggo come un termometro dell’umore, non come un oracolo. E c’è un dato che vale la pena ricordare: dal 2000 in poi, in circa il 70% dei casi il mercato ha fatto meglio delle previsioni iniziali (18 anni su 26). Il rendimento “implicito” medio nelle stime era intorno al 5%, mentre il rendimento medio reale è stato più alto, circa 7,7%. Tradotto: spesso le previsioni partono prudenti… e spesso il mercato le batte.
Questo non significa che “andrà sempre bene”. Significa che una prudenza eccessiva, se ti porta a stare fuori o a muoverti nel momento sbagliato, può diventare costosa.
E quindi, e adesso che si fa?
Prima, una premessa utile soprattutto a chi mi legge e non è cliente: un portafoglio ben diversificato non significa “comprare tante cose”. Significa definire ruoli, pesi e regole: dove vuoi essere esposto, quali rischi accetti e quali no, e come ti comporti quando il mercato diventa rumoroso.
Prima però è giusto guardare in faccia lo scenario, soprattutto negli Stati Uniti. La FED ha iniziato a tagliare i tassi, ma il punto non è il taglio in sé: è la direzione che verrà dopo. E qui le certezze sono poche, perché i dati mandano segnali misti. In sintesi:
- Inflazione ancora sopra il 2%: non esplode, ma fatica a scendere in modo convincente.
- Lavoro in raffreddamento: rallenta senza “rompersi”, ma resta un equilibrio delicato.
- Crescita non lineare: alcuni settori tengono, altri rallentano; leggere la direzione è più difficile.
- Effetti dei tassi in ritardo: il rischio è accorgersi “dopo” di aver stretto troppo o troppo poco.
- FED meno compatta: visioni diverse = più incertezza sul percorso del 2026.
Tradotto: non è un disastro, ma è un contesto dove è facile fare la mossa sbagliata. Ecco perché, più che chiedersi “cosa succederà”, ha senso ragionare su come impostarsi.
Per affrontare il 2026, gli spunti principali sono questi:
- Ridurre un po’ la dipendenza dal mercato americano. Non perché “gli Stati Uniti crolleranno”, ma perché negli ultimi anni una parte enorme dei rendimenti si è concentrata lì, creando portafogli sbilanciati (spesso senza volerlo) e valutazioni più tirate. La domanda giusta è: “quanto rischio mi sto portando addosso senza accorgermene?”
- Aumentare la diversificazione fuori dagli Stati Uniti, con più spazio per Europa e, con le dovute cautele, Cina e Paesi emergenti.
- Gestire meglio dollaro e rischio “America-centrico”. Il 2025 ha ricordato quanto il cambio possa incidere: nel 2026 vale la pena chiedersi quanta parte del portafoglio dipende dal dollaro e se quella scelta è voluta.
- Valutare una componente in oro e argento come diversificatore. Non per “fare il colpo”, ma per avere un pezzo di portafoglio che si comporti in modo diverso nelle fasi di stress.
Detto questo, prepararsi al 2026 non significa agitarsi e cambiare tutto. Significa fare bene poche cose controllabili:
- Obiettivi chiari: cosa deve fare il portafoglio per te nei prossimi 12 mesi (e oltre)?
- Asset allocation coerente: il mix tra strumenti e rischi deve riflettere obiettivi e orizzonte, non il titolo del giorno.
- Ribilanciamento: riportare i pesi verso i livelli decisi a monte quando alcune aree “dominano” il portafoglio.
- Rischio cambio: sapere quanta parte del risultato dipende dalle valute e decidere consapevolmente come gestirle.
- Liquidità: prima di investire, chiedersi sempre “se domani mi serve, posso uscire? e a che condizioni?”.
Se devo chiudere questo articolo con un’idea sola, è questa: nel 2026 non ti servirà una previsione migliore. Ti servirà un processo migliore. Un processo che ti impedisca di cambiare rotta ogni settimana, che ti faccia ribilanciare quando serve, che ti faccia controllare i costi, che ti faccia tenere un margine di sicurezza e che metta al centro la tua vita, non l’umore del mercato.
Con questa newsletter ci salutiamo per il 2025. Ci rileggiamo nel 2026: sto lavorando a un nuovo progetto che non vedo l’ora di condividere, con lo stesso stile di sempre—chiaro, concreto e senza rumore. Buone feste e un 2026 sereno.
Filippo



