Ogni volta che i mercati raggiungono nuovi massimi succede una cosa curiosa.
Molti investitori smettono di chiedersi quanto possano ancora crescere le aziende.
Cominciano a chiedersi quando sarà il momento di vendere.
Dopo oltre venticinque anni di consulenza finanziaria posso dirvi una cosa: ho sentito questa domanda decine, forse centinaia di volte.
Cambiano gli anni.
Cambiano i mercati.
Cambiano le motivazioni.
Ma la domanda è sempre la stessa.
Negli ultimi giorni, mi è capitato di parlare con alcuni clienti e di leggere numerose analisi che ruotavano tutte attorno allo stesso concetto: i mercati sono troppo cari.
È proprio questa domanda, più ancora dei titoli dei giornali, che mi ha convinto a interrompere la pausa e condividere con voi una riflessione.
Mi chiedono spesso se continuo a essere ottimista.
La mia risposta è sì.
Ma non perché pensi che i mercati saliranno sempre.
E nemmeno perché creda di sapere cosa accadrà nei prossimi mesi.
Non lo sa nessuno.
La fiducia non è un atto di fede. È una conclusione a cui si arriva osservando i fatti.
Ed è proprio osservando i fatti che oggi continuo ad avere fiducia.
Per prima cosa, gli utili delle aziende continuano a crescere. Nel lungo periodo il valore di un’impresa dipende dalla sua capacità di generare utili, e oggi le stime sugli utili continuano a migliorare.
Il secondo elemento riguarda la qualità del rialzo. Fino a poco tempo fa si diceva che il mercato fosse sostenuto quasi esclusivamente dalle grandi società tecnologiche. Oggi la crescita coinvolge un numero sempre maggiore di aziende e di settori. Questo rende il mercato meno dipendente da pochi protagonisti e, a mio avviso, più solido.
C’è poi un terzo aspetto che considero molto importante. Anche le società di media e piccola capitalizzazione stanno tornando a dare un contributo significativo alla crescita. Inoltre, le aspettative degli analisti indicano una crescita degli utili in gran parte dei settori dell’economia nei prossimi dodici mesi. È il segnale di un’espansione più diffusa e non concentrata soltanto su poche aziende.
Naturalmente tutto questo non significa che non arriveranno correzioni.
Le correzioni fanno parte della storia dei mercati.
Ma una correzione è una cosa.
Una bolla è un’altra.
Sono questi dati, molto più delle previsioni, a rendermi fiducioso.
Domani potrebbero cambiare.
E se cambiassero in modo significativo, cambierebbe anche la mia analisi.
Ma oggi raccontano una storia diversa da quella che spesso emerge dai titoli dei giornali.
Quando acquistiamo un’azione non compriamo un grafico.
Compriamo una piccola parte di un’impresa.
E quella impresa, domani mattina, tornerà a fare esattamente ciò che faceva ieri: cercare nuovi clienti, sviluppare prodotti migliori, investire, innovare e creare valore.
Ogni giorno, da qualche parte nel mondo, c’è qualcuno che sviluppa una nuova tecnologia, migliora un prodotto, trova una cura o rende più efficiente un processo.
Investire significa partecipare, anche se in misura infinitesimale, a questo processo di innovazione.
La storia economica degli ultimi cento anni ci racconta proprio questo.
Abbiamo attraversato guerre, crisi finanziarie, inflazione, pandemie e rivoluzioni tecnologiche.
Eppure il progresso non si è mai fermato.
Ricordo molto bene il 2022.
È stato uno dei periodi più difficili della mia carriera da spiegare ai clienti.
Inflazione oltre l’8%.
I rialzi dei tassi di interesse più rapidi degli ultimi decenni.
Azioni e obbligazioni in calo contemporaneamente.
Timori di recessione.
Tensioni geopolitiche.
Sembrava che il futuro dovesse essere inevitabilmente peggiore del passato.
Oggi sappiamo che non è andata così.
Quel periodo mi ha lasciato una lezione che non ho più dimenticato.
Le previsioni fanno rumore.
I fondamentali costruiscono valore.
Ecco perché, quando sento dire che “il mercato è troppo caro”, mi pongo una domanda diversa.
Non mi chiedo se gli indici siano ai massimi.
Mi chiedo perché siano ai massimi.
Molti investitori considerano un nuovo massimo storico come un segnale di pericolo.
La storia, però, racconta qualcosa di diverso.
Dal 1950 l’indice S&P 500 ha registrato oltre 1.200 nuovi massimi storici. Non sono stati eventi eccezionali, ma una caratteristica naturale di un mercato che cresce nel tempo.
C’è poi un aspetto ancora più interessante. Storicamente, investire in corrispondenza di un nuovo massimo ha prodotto, in media, risultati leggermente migliori rispetto a investire in un giorno qualsiasi. Inoltre, circa un terzo di quei nuovi massimi non è mai stato seguito da una correzione superiore al 5%, trasformandosi di fatto in un nuovo punto di partenza per il mercato.
Questo non significa che ogni nuovo massimo sia destinato a essere seguito da altri rialzi. Significa semplicemente che un mercato ai massimi, da solo, non è una buona ragione per restarne fuori.
Qualche settimana fa un cliente, che investe da molti anni e conosce bene i mercati, mi ha detto:
“Ho già guadagnato abbastanza. Aspetto una correzione e poi rientro.”
È un ragionamento che sento da oltre venticinque anni.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
Uscire dal mercato richiede due decisioni giuste, non una.
Bisogna avere ragione quando si vende.
Ma bisogna avere ragione anche quando si rientra.
Ed è questa seconda decisione che, nella maggior parte dei casi, si rivela la più difficile.
Nel frattempo, però, il tempo continua a scorrere.
E il tempo è l’unico ingrediente che l’interesse composto non può recuperare.
Il vero motore della ricchezza non è indovinare il momento migliore per entrare.
È restare investiti abbastanza a lungo perché il tempo possa fare il suo lavoro.
Il pessimismo offre una soddisfazione immediata.
Quando il mercato corregge, chi aveva previsto il ribasso può dire: “Ve l’avevo detto.”
Ma i mercati non distribuiscono premi a chi ha avuto ragione per qualche settimana.
Premiano chi riesce a mantenere la disciplina quando è più difficile farlo.
Forse la vera longevità finanziaria non consiste nel prevedere la prossima crisi.
Consiste nell’avere un metodo che permetta di attraversarla senza perdere di vista i propri obiettivi.
Dopo oltre venticinque anni trascorsi a osservare i mercati e, soprattutto, i comportamenti degli investitori, una convinzione si è rafforzata sempre di più.
I pessimisti sembrano sempre i più intelligenti.
Ma sono gli ottimisti disciplinati quelli che, nel lungo periodo, costruiscono la loro ricchezza.
Perché i mercati non premiano chi ha ragione più spesso.
Premiano chi riesce a restare investito abbastanza a lungo.
La mia fiducia, quindi, non nasce dall’idea che i mercati saliranno sempre.
Nasce dall’osservazione dei dati, dall’esperienza maturata in oltre venticinque anni di lavoro e dalla convinzione che, quando i fondamentali restano solidi, il lungo periodo continua a essere il miglior alleato dell’investitore disciplinato.



