Paesi Emergenti: è il momento di riconsiderarli?

Negli ultimi quindici anni, parlare di Paesi Emergenti a un investitore “normale” significava spesso la stessa cosa: più rischio, più incertezza (soprattutto guardando alla Cina) e, alla fine, pochi risultati rispetto ai mercati sviluppati. Non a caso circolava una battuta piuttosto tagliente: “tutti i rischi, ma nessun rendimento”.

Poi però succede una cosa tipica dei mercati: quando un’idea viene data per morta troppo a lungo, basta un cambio di scenario per rimetterla in prima pagina. Nel 2025 gli emergenti sono tornati a fare meglio dei mercati sviluppati e, in avvio 2026, il tema è di nuovo “caldo”.

La domanda giusta, però, non è “stanno salendo, entro adesso?”. La domanda giusta è: ha senso avere (o non avere) una quota di emergenti nel portafoglio, anche quando non vanno di moda?

Perché assumersi il “rischio” dei mercati emergenti?

1) Crescita economica (ma con una precisazione importante)
Una parte importante della crescita globale arriva proprio da queste aree. Ignorarle significa lasciare fuori dal portafoglio una fetta rilevante del mondo.
Detto questo, va ricordato un punto spesso frainteso: crescita del PIL e rendimenti azionari non coincidono automaticamente. Un Paese può crescere e la sua Borsa può deludere, per motivi di valuta, regole del mercato, qualità delle imprese e governance.

2) Diversificazione
Gli emergenti non si muovono sempre nella stessa direzione di USA ed Europa. Non è una protezione perfetta e non funziona in ogni fase, ma in un portafoglio può aggiungere “un motore diverso”, riducendo la dipendenza da una sola area geografica.

3) Il premio per il rischio
In finanza, spesso rendimenti potenzialmente più alti sono il compenso per rischi maggiori: instabilità politica, regole che cambiano, tensioni geopolitiche, volatilità più elevata. Questo è anche il modo corretto di parlare del famoso “rischio Cina”: non si nega e non si drammatizza, si decide consapevolmente quanta incertezza si è disposti a tollerare.

4) Valutazioni più interessanti (il tema dello “sconto”)
Dopo anni in cui i mercati sviluppati, in particolare gli USA, hanno corso più degli emergenti, oggi in molti casi gli emergenti risultano prezzati a valutazioni più basse rispetto ai mercati sviluppati. In parole semplici: spesso “costano meno” in relazione agli utili attesi.
Questo non è una garanzia di rendimento, ma è un punto a favore per chi ragiona con orizzonte lungo: quando compri a prezzi più ragionevoli, riduci il rischio di pagare troppo e aumenti le probabilità di ottenere risultati soddisfacenti nel tempo. Ovviamente lo “sconto” esiste per un motivo (rischi politici, volatilità, incertezza), quindi va letto come opportunità potenziale, non come promessa.

Una sorpresa: la concentrazione (e il caso Taiwan Semiconductor)

Qui arriva un passaggio importante, perché molti investitori si fanno un’idea “sbagliata” di cosa comprano quando acquistano un ETF sui mercati emergenti.

Molti pensano: “aggiungo emergenti così riduco il peso della tecnologia rispetto ai mercati sviluppati”. In teoria suona bene. In pratica, oggi potrebbe non essere così.

In alcuni momenti, infatti, l’indice emergenti può essere più concentrato del previsto, sia su pochi Paesi sia su poche aziende. E il caso più evidente è TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company): una singola società che può arrivare a pesare oltre il 12% dell’indice, influenzando in modo significativo l’andamento complessivo. Questo significa due cose molto concrete:

  • una parte della corsa recente degli emergenti può dipendere molto da pochi nomi;
  • “emergenti” vuol dire sì diversificazione geografica, ma non necessariamente diversificazione settoriale o per singole aziende quanto ci immaginiamo.

C’è anche un altro dettaglio poco noto: alcune realtà considerate molto sviluppate (per esempio Taiwan e Corea del Sud) vengono ancora classificate come “emergenti” per criteri legati all’accessibilità dei mercati e ad aspetti regolamentari, non solo al livello economico del Paese. Anche questo spiega perché la componente tecnologica possa essere così rilevante.

Un altro fattore da tenere d’occhio è il dollaro. Storicamente, quando il dollaro si indebolisce, molti emergenti “respirano”: debiti in dollari pesano meno e parte dei capitali cerca opportunità fuori dagli Stati Uniti. Il punto non è “scommettere contro l’America”, ma riconoscere che il vento macro può cambiare direzione e che gli emergenti, in alcune fasi, possono beneficiarne.


È un’inversione strutturale o solo un rimbalzo?

La verità è che lo sapremo solo dopo. Però possiamo ragionare bene già oggi: una parte dell’interesse rinnovato nasce anche da valutazioni più attraenti rispetto ai mercati sviluppati, oltre che da un contesto macro che potrebbe diventare meno sbilanciato sugli Stati Uniti. Se le valutazioni restano ragionevoli, se le politiche economiche reggono (inflazione, tassi, conti pubblici) e se il contesto globale non si complica, allora questa potrebbe essere una fase più interessante rispetto agli anni passati.

Se invece tutto si riduce a una corsa “di moda”, il rischio è che torni la classica volatilità che tanti investitori faticano a sopportare.


Il mio punto di vista

Per molto tempo mi piaceva l’idea di avere i Paesi Emergenti nei portafogli in ottica di lungo termine: perché rappresentano una parte importante del mondo e perché, sulla carta, aggiungono diversificazione.

Poi però la realtà è stata fatta di delusioni: anni di sottoperformance rispetto ai mercati sviluppati, scossoni difficili da digerire e, spesso, la sensazione che il “premio per il rischio” non arrivasse mai. Per questo, in molte asset allocation, avevo preferito ridurre fino a eliminare questa componente.

E qui c’è un aspetto pratico: per chi fa il mio mestiere non basta avere ragione ‘in teoria’. Bisogna anche costruire un portafoglio che il cliente riesca a tenere nel tempo. Per questo è importante confrontarsi periodicamente con risultati e aspettative: la visione di lungo periodo resta la bussola, ma va resa sostenibile anche nei momenti in cui il mercato mette alla prova la pazienza.

Oggi, dopo il cambio di passo dell’ultimo periodo, credo che possa avere senso tornare a dedicarci attenzione. E c’è un elemento in più che mi fa ragionare: in diversi casi le valutazioni restano più interessanti rispetto ai mercati sviluppati. Non è il motivo unico, ma è un motivo concreto per riconsiderarli con serenità.

Con lo stesso metodo di sempre: senza fretta, senza entusiasmo eccessivo e senza “rincorrere” la performance. Se deve rientrare, per me deve farlo come piccola porzione del portafoglio, con un peso coerente con il profilo di rischio e con una logica di lungo periodo.

In altre parole: non è una scommessa. È una scelta di equilibrio.

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In finanza le regole per ottenere risultati soddisfacenti sono semplici. Difficile è rispettarle e sfruttarle correttamente. Sono Filippo Montaina e da 30 anni faccio in modo che i miei clienti facciano entrambe le cose. Continua a leggere…

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