Le crisi passano. Le regole restano

5 regole senza tempo per investire con lucidità

Settimana nera per le Borse. Terremoto sui bond globali.” Sono i soliti titoli allarmistici dei giornali, quelli che nei momenti difficili sembrano moltiplicarsi. Eppure, questa volta, i numeri aiutano a capire perché. Nell’ultima settimana l’S&P 500 ha perso l’1,9%, il Dow Jones il 2,1%, il Nasdaq il 2,1%, mentre in Europa lo STOXX 600 ha lasciato sul terreno il 3,8%. Nel frattempo anche il comparto obbligazionario ha subito forti scosse, con il Treasury decennale americano risalito fino al 4,38% e i rendimenti europei in netto aumento.

Dietro questi movimenti c’è un elemento che gli operatori osservano quasi minuto per minuto: il prezzo del petrolio. Quando il greggio sale con forza, i mercati iniziano subito a chiedersi se tornerà pressione sull’inflazione, se i tassi resteranno alti più a lungo e se i portafogli dovranno affrontare un’altra fase di volatilità. In questi giorni il Brent si è riportato sopra i 112 dollari al barile ed è tornato a essere uno dei principali barometri della tensione finanziaria.

Per i risparmiatori, però, il petrolio non si presenta sotto forma di grafico o di quotazione. Si presenta in modo molto più concreto: nel costo della benzina, nei trasporti, nelle bollette e, col passare dei giorni, in quella sensazione generale di incertezza che finisce per contagiare anche le scelte finanziarie.

Ma c’è un punto importante da tenere a mente: il petrolio può aiutarci a leggere ciò che probabilmente accadrà sui mercati nel breve periodo, ma non può diventare il faro che guida le nostre decisioni di investimento.

Perché ogni crisi cambia nome, protagonisti e geografia, ma mette sempre alla prova le stesse cose: la pazienza, la lucidità, il piano e la capacità di non farsi trascinare dall’emozione del momento. Per questo oggi non voglio soffermarmi tanto sulla crisi in sé, quanto su cinque regole che valgono sempre, anche quando il contesto sembra fuori controllo.

1. Il primo rischio da governare è la paura.
Franklin Delano Roosevelt, in uno dei momenti più difficili della storia americana, disse che l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa. È una frase celebre, ma anche molto vera quando si parla di investimenti.

Spesso non è la crisi in sé a fare i danni peggiori, ma il modo in cui reagiamo alla crisi. La paura restringe l’orizzonte, ci fa guardare solo il pericolo immediato, ci spinge a cercare uscite rapide anche quando non sono quelle giuste. E così, invece di proteggerci, finiamo per commettere errori che ci penalizzano nel lungo periodo.

Per questo, se vogliamo sconfiggere la paura, dobbiamo prima di tutto riconoscerla e imparare a dominarla. Non si tratta di negarla. Si tratta di non lasciarle il volante. Nei mercati, come nella vita, non vince chi non prova paura. Vince chi riesce a non farsene guidare.

2. Non confondere il rumore con il rischio.
Quando arriva una crisi, le notizie si moltiplicano, i toni si alzano e le previsioni diventano più drammatiche. Non è un caso. La paura attira attenzione, genera clic, si diffonde più in fretta della calma.

Ma il fatto che una narrazione sia potente non significa che sia utile. Anzi, spesso più un messaggio è carico di ansia, meno ci aiuta a ragionare bene. Le crisi vanno rispettate, non spettacolarizzate.

C’è poi un altro punto importante: il vero rischio non è solo quello che vediamo nei titoli dei giornali, ma anche quello che corriamo quando, per paura, rinunciamo del tutto a investire o riduciamo troppo il rischio nel portafoglio. Negli investimenti, essere eccessivamente avversi al rischio può diventare esso stesso un rischio. Perché la crescita di lungo periodo nasce anche dalla disponibilità ad accettare una quota di volatilità coerente con i propri obiettivi. E c’è un aspetto che spesso dimentichiamo: quando i mercati calano, i rendimenti attesi tendono ad aumentare. Questo non elimina il disagio del breve periodo, ma ricorda che un prezzo più basso, per chi ha tempo e disciplina, può significare anche un punto di partenza più favorevole.

3. Non tutto si può prevedere. Molto si può gestire.
A volte non si capisce fino in fondo quanto le cose possano peggiorare. Altre volte, invece, si sopravvalutano i rischi e si sottovalutano le opportunità positive che possono emergere proprio durante le crisi.

Per questo rincorrere previsioni perfette serve a poco. Molto più utile è chiedersi se il portafoglio è coerente con i propri obiettivi, se il livello di rischio è davvero sostenibile, se c’è liquidità sufficiente e se si sta investendo con criterio oppure reagendo di pancia. Il successo negli investimenti nasce spesso più dal comportamento che dalla previsione.

4. Senza un piano, comanda l’emozione.
Nei momenti tranquilli tutti pensano di saper reggere la volatilità. Il problema arriva quando la volatilità si presenta davvero. È lì che si vede se esiste una rotta.

Un piano serve proprio a questo: a evitare che ogni scossone si trasformi in una decisione improvvisata. E deve essere un piano vivo, capace di adattarsi ai cambiamenti della vita, non un foglio chiuso in un cassetto. Senza un piano, l’emozione prende il comando. E quando l’emozione guida, spesso si compra tardi e si vende male.

Adam Smith diceva: “Se non sai chi sei, Wall Street è un posto molto costoso per scoprirlo.” In fondo è proprio così. Per investire bene non basta conoscere i mercati: bisogna conoscere anche sé stessi, il proprio rapporto con il rischio, la propria tolleranza alle oscillazioni e il proprio orizzonte temporale. Perché un portafoglio può essere valido sulla carta, ma se non è adatto alla persona che lo deve tenere, prima o poi verrà abbandonato nel momento sbagliato.

Ecco perché investire per obiettivi aiuta a non perdere la bussola. Quando tutto viene percepito come un unico blocco indistinto, ogni calo di mercato sembra una minaccia totale. Quando invece un patrimonio è organizzato per obiettivi, con tempi e funzioni diverse, cambia anche il modo in cui lo si vive. Se stai investendo per finanziare l’università dei tuoi figli, il movimento dei mercati di oggi può essere più un’opportunità che un problema, soprattutto se l’orizzonte temporale è ancora lungo.

5. Il tempo conta più della perfezione.
Molti investitori pensano che il risultato migliore sia quello ottenuto ottimizzando ogni dettaglio, inseguendo ogni possibile punto di rendimento in più, correggendo continuamente il portafoglio. Ma non sempre ciò che appare perfetto sulla carta è sostenibile nella vita reale.

Anche un rendimento semplicemente buono, se lasciato lavorare per trent’anni, può produrre risultati sorprendenti. Al contrario, anche rendimenti medi elevati possono tradursi in risultati deludenti se si entra e si esce continuamente dai mercati perché si è emotivamente turbati o perché ci si illude di poter fare market timing con continuità.

Non conta solo quanto rende un investimento. Conta anche se si è in grado di tenerlo abbastanza a lungo da permettere al tempo e alla capitalizzazione composta di fare il loro lavoro.

Il pessimismo vince le battaglie. L’ottimismo vince le guerre.


Nel breve periodo la paura sembra spesso avere la meglio. Fa più rumore, occupa più spazio, convince più persone. Ma nel lungo periodo sono la fiducia, la pazienza e la capacità di restare coerenti a fare davvero la differenza.

In tanti anni di lavoro sui mercati ho imparato che, nei momenti come questi, non possiamo controllare le crisi, ma possiamo controllare il nostro modo di attraversarle. Ed è proprio lì che si vede la qualità di un investitore. Questo, naturalmente, non significa restare immobili. La lucidità non è passività. Significa piuttosto rivedere con metodo alcune decisioni di investimento prese in un contesto diverso, valutando se siano ancora coerenti con gli obiettivi, con il profilo di rischio e con il nuovo scenario di mercato.

Non nella capacità di prevedere tutto, ma nella lucidità di restare fedele a un piano costruito bene, adattandolo al nuovo scenario, anche quando fuori sembra dominare il caos.

Le crisi passano. Quello che resta sono le decisioni prese mentre ci siamo dentro. Per questo la domanda giusta, forse, non è cosa farà il mercato nelle prossime settimane, ma che investitore voglio essere quando il mondo diventa più incerto. Perché da ogni fase difficile, nei mercati come nella vita, dovremmo provare a uscire non solo indenni, ma anche più consapevoli. Se possibile, persone migliori. Di certo, investitori migliori.

Perché, alla fine, investire bene non significa non avere paura. Significa non lasciare che sia la paura a decidere per noi.

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In finanza le regole per ottenere risultati soddisfacenti sono semplici. Difficile è rispettarle e sfruttarle correttamente. Sono Filippo Montaina e da 30 anni faccio in modo che i miei clienti facciano entrambe le cose. Continua a leggere…

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