Tre sono le cose che i risparmiatori italiani ricercano quando investono i loro soldi: preservare e stabilizzare il capitale e ottenere un buon rendimento. Per moltissimi anni, per soddisfare queste esigenze, era sufficiente investire in BOT e BTP.
Poi, l’era dei quantitative easing e dei tassi negativi ha sconvolto i risparmiatori, facendoli sentire smarriti. Essendo sempre stati restii ad investire in azioni, si sono trovati a cercare disperatamente un po’ di rendimento e stabilità, affidandosi principalmente a fondi “a formula”, fondi “a finestra” e altre soluzioni del genere offerte dalle banche tradizionali. Questi fondi flessibili hanno galleggiato senza eccellere per qualche anno, per poi subire un pesante tracollo nel 2022.
Va detto che gli ultimi due anni non sono stati facili per nessuna forma di investimento. Tra pandemia, guerre, inflazione e rialzo dei tassi, sembrava che il destino si fosse accanito contro di noi. Ora che i tassi sono tornati interessanti, molti si chiedono: “Perché non investire nuovamente tutto in BTP?”
Tuttavia, la risposta a questa domanda è semplice: la diversificazione è una caratteristica fondamentale che manca ai BTP. Non si dovrebbe mai legare il proprio benessere e la propria vita a una singola controparte, anche se sembra la più sicura e solida del mondo. Lo sanno bene i manager e i risparmiatori della Silicon Valley Bank, la banca regionale americana che è stata travolta dal fallimento solo perché aveva investito quasi tutti i suoi depositi in titoli considerati i più sicuri al mondo: le obbligazioni emesse dal tesoro americano.
Inoltre, investire esclusivamente in BTP significa rinunciare in partenza a rendimenti più interessanti offerti da altri segmenti del mondo obbligazionario senza dimenticare che il rendimento reale, ovvero il rendimento che resta al netto dell’inflazione, è ancora negativo.
Come affrontare con successo gli investimenti in questo contesto?
Vediamo due profili di investitori “tipici”:
Il primo è Antonio, un investitore prudente, che dopo le delusioni del passato non vuole nemmeno considerare l’investimento in azioni. Antonio ha acquistato molti BTP recentemente e vorrebbe disinvestire altre posizioni in perdita per concentrarsi esclusivamente su questi strumenti. Tuttavia, ha paura che il valore dei suoi amati titoli oscilli molto e, per questo motivo, si orienta verso scadenze molto brevi, accontentandosi dei tassi già allettanti offerti da queste scadenze. Antonio commette due errori significativi: la totale mancanza di diversificazione in termini di emittente e di scadenze.
Il secondo profilo è Gino, un investitore dinamico che cerca un rendimento più elevato e accetta i rischi dell’investimento azionario. Nonostante le delusioni del 2022, Gino ha ambiziosi obiettivi per i prossimi anni: vuole garantire alle sue due nipoti l’accesso alle migliori università. Considerando che entrambe sono ancora molto piccole, Gino ha un orizzonte temporale di almeno 15 anni e mi chiede consigli su come impostare il suo portafoglio.
Prima di fornire indicazioni specifiche per Gino, è importante analizzare il contesto attuale. L’inflazione sembra aver raggiunto il suo picco e ha iniziato a diminuire gradualmente. Molto probabilmente, negli Stati Uniti i tassi di interesse hanno smesso di salire, mentre in Europa il lavoro della BCE non è ancora concluso. C’è, poi, un rischio concreto di recessione, anche se probabilmente non sarà grave né prolungata. In ogni caso, se si verificherà una recessione, è inevitabile che i tassi debbano tornare nuovamente a scendere.
Ecco la prima grande opportunità che questo contesto offre: la fine del rialzo dei tassi e la prospettiva di una loro graduale riduzione rendono questo momento probabilmente unico per investire nel settore obbligazionario, meglio se a lunga scadenza. Ad oggi non abbiamo ancora assistito a un’importante crescita dei prezzi delle obbligazioni per vari motivi, ma come sempre, aspettare significherà entrare troppo tardi e ottenere ritorni meno interessanti. Non è necessario cercare rendimenti nei settori più rischiosi; è possibile rimanere tranquillamente sulle obbligazioni di qualità (governative e corporate investment grade). Un settore che ritengo molto attraente è quello delle obbligazioni finanziarie. Qui si trovano rendimenti del 7% o 8%, figli del calo dei prezzi dell’anno scorso. Considerando che le grandi banche europee e italiane stanno realizzando profitti record, non serve essere Warren Buffet per capire che si tratta di un ottimo investimento.
Passando alla parte azionaria, la fine del rialzo dei tassi e l’eventuale inizio di una fase ribassista dovrebbero favorire il settore che ha sofferto di più durante il ciclo di rialzo, ovvero il settore tecnologico. Da inizio anno, questo settore ha già registrato una performance molto positiva (+17,93%), sostenuto dall’esplosione dell’intelligenza artificiale in alcune grandi aziende come Microsoft e Alphabet. Anche le borse europee e italiane stanno andando molto bene. Il grande assente sulla scena dei protagonisti è la Cina che, nonostante le riaperture, fatica a presentare i dati di crescita a cui eravamo abituati.
Alcuni analisti ritengono che la riapertura del mercato cinese rappresenti un’enorme opportunità per le piccole e medie imprese italiane ed europee, che tornano a trovare nella Cina un importante mercato di sbocco.
E la questione della guerra? L’evento che apparentemente ha maggiormente disturbato i mercati nel corso del 2022 sembra essere passato in secondo piano. Speriamo tutti di assistere presto alla fine di questa triste vicenda, ma anche se si dovesse raggiungere una soluzione a breve termine, non credo che avrà un impatto significativo sull’andamento dei mercati.
Ora concentriamoci sul portafoglio di Gino. Gino è un mio cliente da lungo tempo e attualmente ha un portafoglio bilanciato con il 60% in azioni e il 40% in obbligazioni. In gergo finanziario viene definito il portafoglio 60/40. Da inizio anno, la performance del suo portafoglio è del +7,76%. È tanto? È poco? Il rendimento in un periodo così breve non ha nessun significato. È di sicuro più utile analizzare il rendimento annuo medio che il portafoglio di Gino avrebbe ottenuto negli ultimi 10 anni: il 9,15%.
Tuttavia, potremo dire di aver ottenuto un buon risultato solo se il suo portafoglio riuscirà a garantire alle sue nipoti l’opportunità di frequentare le università che vorranno.
E tu? Ti senti più Antonio o Gino?



