Negli ultimi anni, a forza di scrivere che la Cina prima o poi sarebbe tornata interessante, ho seriamente temuto di diventare “quello della Cina”. Finalmente, nel 2025, i mercati hanno deciso di darmi ragione. Non è una rivincita personale, è piuttosto un promemoria utile su una cosa che spesso dimentichiamo: i mercati non premiano chi indovina una previsione, ma chi costruisce portafogli sensati e li attraversa con disciplina.
Il punto, quindi, non è aver indovinato la Cina, ma capire dove oggi si concentra il rischio nei portafogli.
Negli ultimi anni gli Stati Uniti sono diventati, quasi automaticamente, il punto di riferimento per gli investitori. Le grandi aziende tecnologiche, un’economia più dinamica rispetto al resto del mondo e la forza del dollaro hanno fatto da traino. Il risultato è che oggi molti portafogli, anche senza volerlo, sono più concentrati sugli Stati Uniti di quanto si creda. Questo non è un errore in sé, ma diventa un rischio quando le valutazioni sono elevate e le aspettative incorporano già molte buone notizie.
Dire che il mercato americano è “caro” non significa prevedere un crollo imminente. Significa una cosa più semplice: le aspettative sono elevate e una parte molto ampia delle buone notizie è già nei prezzi. Quando dico “caro” non intendo “destinato a scendere”, ma un mercato in cui serve poco per deludere. È un concetto su cui tornerò con un articolo dedicato, perché da qui nascono molti errori di comportamento degli investitori. Ed è proprio in questo contesto che ha senso iniziare ad allargare lo sguardo, non per abbandonare un mercato, ma per ridurre la dipendenza da un’unica area geografica.
È qui che entra in gioco lo sguardo a Est.
La Cina è probabilmente il mercato più discusso – e più temuto – degli ultimi anni. Crescita economica più debole, crisi del settore immobiliare, fiducia dei consumatori fragile, tensioni geopolitiche: un elenco che tutti conoscono. Quello che si dice meno, però, è che spesso i mercati non reagiscono alle notizie in sé, ma allo scarto tra aspettative e realtà. Quando le aspettative sono già molto basse, anche miglioramenti non clamorosi possono cambiare il clima.
Questo si riflette chiaramente nelle valutazioni. I listini cinesi quotano da tempo a multipli decisamente più contenuti rispetto a quelli americani. In parole semplici: oggi chi investe in Cina paga “meno” per ogni euro di utili delle aziende rispetto a quanto paga negli Stati Uniti. Questo non elimina i rischi, ma suggerisce che molte paure siano già state incorporate nei prezzi.
A fine 2025 si è verificata anche una combinazione piuttosto rara, definita “twin rally”: sono saliti contemporaneamente sia il mercato azionario sia la valuta. Per un investitore europeo questo è tutt’altro che un dettaglio tecnico. In molti mercati emergenti, quando aumenta l’incertezza, il rendimento può essere penalizzato due volte: dai listini e dal cambio. Quando invece mercato e valuta si muovono nella stessa direzione, l’investimento diventa più leggibile e meno esposto al rischio di erosione valutaria. Non è una garanzia, ma è un segnale che merita attenzione proprio perché non è frequente.
A questo punto vale la pena ricapitolare, perché i tasselli che si stanno mettendo insieme sono interessanti. Valutazioni ancora basse, utili attesi in netto miglioramento, una valuta che si rafforza e, non ultimo, investitori globali che risultano ancora poco esposti. Quest’ultimo punto è importante: quando un’area è rimasta a lungo “fuori dai radar”, basta anche un cambiamento graduale del sentiment perché i flussi inizino a riposizionarsi. Non è una promessa di performance, ma è un elemento da conoscere per capire perché la Cina, oggi, torna ciclicamente al centro delle discussioni.
Ed è qui che la Cina si distingue: tra le grandi aree geografiche, è una delle poche che può offrire una diversificazione reale, soprattutto rispetto a un mercato americano sempre più concentrato e, diciamocelo, costoso.
Parlare di sguardo a Est, però, non significa parlare solo di Cina. Il Giappone è l’altra grande tessera del mosaico asiatico e, per molti investitori, rappresenta una porta d’ingresso più “familiare”: è un mercato sviluppato, con regole e struttura più simili a quelle occidentali. Ma soprattutto è un Paese che sta vivendo un passaggio che per anni sembrava quasi impossibile: l’uscita da una lunga fase di deflazione e l’ingresso in un contesto di inflazione, seppur moderata.
Può sembrare un dettaglio da economisti, ma in realtà cambia profondamente le regole del gioco. Per decenni le aziende giapponesi hanno operato in un mondo in cui i prezzi non salivano e la priorità era la prudenza: accumulare liquidità, difendersi, sopravvivere. In un contesto diverso, anche il modo di fare impresa cambia. Oggi cresce l’attenzione alla redditività, all’uso del capitale e alla creazione di valore per chi investe.
Non a caso, negli ultimi tempi si parla sempre più spesso di una trasformazione “silenziosa” del capitalismo giapponese. Alcuni articoli la descrivono in modo sensazionalistico come un’“opportunità storica”. Al netto dei titoli ad effetto, il punto centrale è un altro: le riforme sulla corporate governance stanno spingendo molte aziende a riconsiderare politiche di dividendi e programmi di riacquisto di azioni proprie. Non è una moda speculativa: è un cambiamento strutturale che può aumentare l’attenzione delle aziende giapponesi alla remunerazione di chi investe.
Il Giappone è anche un ottimo esempio di quanto il fattore valuta sia importante. Negli ultimi tempi lo yen è stato debole. Questo aiuta molte aziende esportatrici, ma può ridurre parte della performance per un investitore europeo. È uno di quei meccanismi spesso sottovalutati, ma molto concreti: investire all’estero significa sempre tenere d’occhio anche il cambio, perché il risultato finale dipende anche da quello.
Quando si guarda all’Asia, c’è poi una variabile che non può essere ignorata: la geopolitica. I rapporti tra Cina e Giappone restano complessi, con tensioni che ruotano attorno a temi sensibili come Taiwan e la sicurezza regionale. Le ricadute possono vedersi su turismo, commercio e settori considerati strategici. Questo non significa che i mercati debbano necessariamente reagire in modo negativo, ma è un promemoria importante: in Asia il rischio geopolitico è più visibile e non va sottovalutato.
Questo cambiamento di contesto ha implicazioni diverse anche per le varie asset class. In Giappone, ad esempio, il ritorno dell’inflazione rende il mercato obbligazionario più delicato rispetto al passato. Dopo anni di tassi prossimi allo zero, eventuali rialzi dei rendimenti possono penalizzare i prezzi dei bond.
A questo punto la domanda diventa: cosa deve fare un investitore? Probabilmente evitare due errori opposti. Il primo è inseguire chi ha fatto meglio negli ultimi mesi, spostando continuamente il portafoglio. Il secondo è restare fermi per paura di sbagliare, aspettando un “momento perfetto” che spesso non arriva. In mezzo c’è una strada più solida: costruire portafogli equilibrati, meno dipendenti da un solo Paese e da un’unica narrativa di mercato.
Lo sguardo a Est non è una promessa di performance, né un invito ad abbandonare l’America. È un ragionamento di equilibrio. Richiede pazienza, perché Cina e Asia possono attraversare lunghi periodi di delusione o apparente immobilità. Ma chi investe con un orizzonte di anni sa che la diversificazione non serve a vincere ogni anno, ma a restare investiti senza farsi travolgere dagli estremi.
E questo ci lascia con una riflessione: invece di chiederci se la Cina e il Giappone siano opzioni credibili, forse la vera domanda per un investitore nel 2026 è un’altra: possiamo permetterci di ignorarli?



