Venti di guerra

Non bastava la carenza di energia, i colli di bottiglia nei processi produttivi, l’inflazione alle stelle e lo spettro del rialzo dei tassi; in questo inizio d’anno ci mancava solo una guerra

La crisi in Ucraina ha raggiunto un punto di tensione particolarmente preoccupante. Sebbene invadere, o anche solo ammettere una parte di Ucraina, non è l’obiettivo principale della Russia, per Putin sarebbe problematico cedere alle tante richieste che Kiev ha inviato agli Usa e alla Nato.

La Russia ha paura? È davvero una potenza militare o solo un attore regionale con manie di grandezza, come disse Barack Obama l’indomani dell’invasione in Crimea nel 2014?

Putin non vuole che l’Ucraina entri nella NATO. Quella che a prima vista sembrerebbe puro e semplice imperialismo, si traduce in realtà in conservatorismo: in stregua difesa di quelle che storicamente sono sempre state aree ad influenza russa.

Questa guerra, in realtà, non la vuole nessuno. Sembrerebbe più un’esibizione di forza tra Putin, il cui obiettivo è mantenere lo status quo, e Biden, che mira a recuperare credibilità dopo la figuraccia del ritiro delle truppe dall’Afghanistan.

Il terzo attore di questo triste spettacolo è la Cina. Cina e Russia vedono un’amministrazione americana debole e confusa e vorrebbero approfittarne: la Russia per frenare la crescita della NATO verso est e la Cina per far sentire la sua voce su Taiwan, centro mondiale di produzione di semiconduttori.

La Cina trae vantaggio dalle tensioni tra Russia e Occidente, ma non da un eventuale conflitto in quanto si verrebbe a trovare nella condizione di dover prendere posizione.

Quindi, a ben vedere, da questo cul-de-sac si rischia di uscirne tutti un po’ indeboliti.

E i mercati?

La tensione che si registra a livello geopolitico si riflette inevitabilmente sull’andamento dei listini di tutto il mondo.

Per avere un’idea chiara di cosa fare, è opportuno partire dalla storia. Guardare a cosa è accaduto in passato durante i conflitti internazionali è quanto mai importante perché, molto spesso, la storia si ripete.

Potrà sembrarti strano, ma i numeri indicano che la Borsa non “disdegna” la guerra. Il Dow Jones, durante la Prima Guerra Mondiale è salito (21%). Stessa dinamica nel secondo conflitto mondiale con un rialzo di circa il 23%. Consuntivo positivo del Dow Jones con l’”elmetto” anche verso i giorni nostri con rialzi durante la guerra di Corea (+19,6%) e del Vietnam (+20,5%).

Come si spiega questo fenomeno?

I mercati temono l’incertezza. Scendono quando il contesto internazionale si complica e non si riesce a circoscrivere l’escalation delle tensioni. Una volta “esploso il primo colpo” e presa coscienza delle dinamiche del conflitto, i mercati “fanno i conti” e provano ad anticipare le mosse che i governi e le banche centrali metteranno in campo per dare nuovo slancio alle economie colpite dalla crisi.

Come muoversi in questo contesto?

Innanzitutto è importante mantenere la calma. Nelle ultime sedute abbiamo assistito ad un aumento della volatilità e ad un rinnovato interesse per il cosiddetto “fly to quality” (ricerca di sicurezza). Sono aumentati l’oro, il dollaro e i titoli di stato americani. Attenzione a non farsi attrarre eccessivamente da queste sirene. Escludendo l’ipotesi di assistere ad un’escalation incontrollata del conflitto che vada ad estendersi oltre i confini Ucraini, solo una recessione globale giustificherebbe la corsa ai titoli di stato americani o tedeschi. Siamo in un contesto di rialzo tassi e si rischia di farsi più male con la ricerca di sicurezza che non restando fermi sulle proprie posizioni. In questi casi (ma non solo) un bel piano di accumulo su un fondo azionario globale rimane sempre la soluzione migliore.

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In finanza le regole per ottenere risultati soddisfacenti sono semplici. Difficile è rispettarle e sfruttarle correttamente. Sono Filippo Montaina e da 30 anni faccio in modo che i miei clienti facciano entrambe le cose. Continua a leggere…

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